Ictus e traumi cranici, la riabilitazione è il primo passo per riprendersi la vita
Presentato il primo Report nazionale sulla riabilitazione ospedaliera, realizzato dalla Fondazione Gianfranco Salvini con il supporto di A.L.I.Ce. Italia. Nel 2024 registrati circa 292mila ricoveri riabilitativi, ma persistono forti differenze territoriali nell’accesso alle cure. L’associazione: “Salvare una vita non basta, bisogna garantire a tutti le stesse opportunità di recupero”

Superare un ictus o un grave trauma cranico è soltanto il primo passo. Dopo la fase acuta, la sfida è recuperare il movimento, il linguaggio, l’autonomia personale e la possibilità di tornare alla vita quotidiana. Un percorso che può richiedere mesi o anni e che dipende anche dalla tempestività e dalla qualità delle cure riabilitative. È questo il messaggio al centro del primo Report nazionale sulla riabilitazione ospedaliera, presentato ieri a Roma, realizzato su commissione della Fondazione Gianfranco Salvini, elaborato da Luca Giorgio, ricercatore in Tenure Track in Organizzazione Aziendale dell’Università Europea di Roma, e con il supporto di A.L.I.Ce. Italia Odv, l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale. L’indagine analizza i dati ufficiali del Ministero della Salute, delle Schede di dimissione ospedaliera, degli Open Data ministeriali e dell’Istat relativi al periodo 2013-2024, facendo emergere il ruolo centrale della riabilitazione nel Servizio sanitario nazionale e le criticità che ancora ostacolano un accesso equo alle cure.
I numeri della riabilitazione ospedaliera
Nel 2024 in Italia sono stati effettuati circa 292mila ricoveri riabilitativi ordinari, per oltre 7,6 milioni di giornate di degenza, con una dotazione di quasi 24mila posti letto dedicati. Il sistema, tuttavia, non ha ancora recuperato completamente i livelli precedenti alla pandemia: rispetto al periodo pre-Covid, le dimissioni risultano inferiori di circa l’8% e le giornate di degenza del 6,5%, nonostante la disponibilità di posti letto sia tornata pressoché ai livelli del 2019. La riabilitazione rappresenta una fase decisiva non soltanto per le persone colpite da ictus, ma anche per chi ha subito un grave trauma cranico o altri eventi traumatici che compromettono le capacità funzionali. In questi casi, un intervento intensivo e multidisciplinare può favorire il recupero delle funzioni compromesse e il reinserimento nella vita familiare, sociale e lavorativa.
Cure diverse a seconda della Regione
Tra le criticità più rilevanti evidenziate dal Report ci sono le profonde disuguaglianze territoriali. Il tasso di ospedalizzazione per riabilitazione varia da oltre 8 ricoveri ogni mille abitanti in Valle d’Aosta a meno di 2 in Toscana. Anche la disponibilità di posti letto presenta differenze marcate, con alcune Regioni che dispongono di un’offerta oltre quattro volte superiore rispetto ad altre. L’offerta riabilitativa risulta inoltre concentrata in pochi centri altamente specializzati. La mobilità sanitaria conferma questo squilibrio: territori come la Provincia autonoma di Trento, la Lombardia e l’Emilia-Romagna attraggono pazienti provenienti da altre aree del Paese, mentre altre Regioni registrano elevati livelli di mobilità passiva. Una situazione che, secondo A.L.I.Ce. Italia, rischia di condizionare le possibilità di recupero in base al luogo di residenza, limitando il diritto a un percorso di cura tempestivo e appropriato. “Da anni raccogliamo le storie delle persone colpite da ictus e dei loro familiari, persone che, una volta superata la fase acuta, si trovano ad affrontare percorsi molto diversi a seconda della Regione in cui vivono. Oggi questo Report dimostra che quelle differenze non sono percezioni, ma una realtà documentata dai dati ufficiali”, afferma Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia Odv. «Salvare una vita è fondamentale, ma non basta: occorre offrire a tutti le stesse possibilità di recupero. Per questo la nostra Associazione continuerà a chiedere che la riabilitazione post ictus diventi una vera priorità della programmazione sanitaria nazionale».
Il ritorno a casa non significa fine delle cure
Un dato significativo riguarda le dimissioni: l’82,9% dei pazienti viene dimesso direttamente al proprio domicilio. Un risultato che sottolinea l’importanza della riabilitazione ospedaliera nel favorire il ritorno nel proprio ambiente di vita, ma che non coincide necessariamente con la conclusione del percorso terapeutico. Recuperare il linguaggio, tornare a camminare, riacquistare autonomia nelle attività quotidiane e riprendere le relazioni personali richiede spesso ulteriori interventi riabilitativi e un’assistenza adeguata anche dopo la dimissione. Il Report evidenzia diverse modalità di prosecuzione delle cure: l’1,7% dei pazienti viene indirizzato verso strutture residenziali territoriali o RSA, l’1,6% viene dimesso con l’attivazione dell’Assistenza domiciliare integrata e l’1,2% viene trasferito in un altro istituto di riabilitazione. Altri pazienti proseguono il percorso attraverso differenti regimi di ricovero o attività assistenziali. Diventa quindi fondamentale rafforzare il collegamento tra ospedali, strutture riabilitative e servizi territoriali, costruendo percorsi personalizzati e continui in base alle condizioni cliniche e alle necessità di ciascuna persona.
Più risorse e una rete integrata per il futuro
La necessità di potenziare la riabilitazione è destinata a crescere anche in relazione all’invecchiamento della popolazione: negli ultimi dieci anni, l’età media degli italiani è aumentata da 44,5 a 46,9 anni, con una conseguente prospettiva di aumento dei bisogni assistenziali. In questo scenario, anche l’aggiornamento delle tariffe nazionali per la riabilitazione, che comporterà un incremento stimato di circa 249 milioni di euro, rappresenta un’opportunità. Per trasformare le risorse in un miglioramento concreto, sottolinea l’associazione, sarà però necessario accompagnarle con una programmazione capace di ridurre le disparità regionali e garantire un accesso più equo alle cure. Per A.L.I.Ce. Italia, il Report segna dunque una nuova fase di impegno: accanto alla prevenzione, al riconoscimento tempestivo dei sintomi e alla chiamata al 112 in caso di sospetto ictus, occorre assicurare a ogni paziente un percorso riabilitativo adeguato, ovunque risieda. Perché la qualità del sistema sanitario non si misura soltanto dalla capacità di salvare una vita, ma anche dalla possibilità di aiutare le persone a riconquistarla.




