L’impero dei segni e l’utopia dell’esperanto: due giorni di scrittura al Museo Omero

Un weekend di inchiostri, grafemi alchemici e narrazioni senza confini dove la parola scritta smette di essere un simbolo e torna a farsi materia


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Sfogliare un volume non è mai un gesto neutrale, ma un’invasione sensoriale in piena regola, un cortocircuito che trasforma macchie nere su carta in visioni nitide. C’è chi riduce la pagina a un semplice supporto cartaceo e chi, al contrario, riconosce nella sagoma di un carattere tipografico la formula segreta per decifrare il reale. Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026, gli spazi del Museo Omero di Ancona, tempio dell’esplorazione sensoriale, spalancano le porte a una vera e propria officina del linguaggio, smontando e ricomponendo il meccanismo della narrazione per mostrare come l’atto primordiale dell’impugnare una matita sia parente stretto dell’esigenza di comunicare oltre ogni frontiera.

L’esplorazione prende il via sabato 17 ottobre alle 16.30 con il lavoro di Maika Gabellieri e Domenica Marseglia, “Il mio primo quaderno”, una riflessione che riporta l’atto dello scrivere alla sua dimensione tattile e motoria. Molto prima che la frase si articoli in concetti complessi o finisca in bozza di stampa, la mente umana passa attraverso la fisica del tratto, la resistenza del foglio e quel coordinamento di muscoli e dita fondamentale nei primi anni scolastici per guidare i più piccoli verso la padronanza del corsivo e prevenire gli ostacoli della disgrafia. La domenica mattina del 18 ottobre alle 10.30 la prospettiva si allarga verso i territori del mito linguistico: le “Fiabe e novelline” di Guido Gozzano si presentano in una doppia veste editoriale, affiancando al testo madre la versione in esperanto curata dall’Associazione Italiana Ciechi Esperantisti (IABE), impreziosita dai disegni di Elena Dall’Acqua e intitolata alla memoria dell’attivista Mariella Calabrini e al suo impegno nel diffondere quella lingua e nel favorirne l’accessibilità alle persone con disabilità visiva.

L’idioma universale progettato per ricucire le fratture di Babele abbraccia qui l’arguzia un po’ malinconica della pagina gozzaniana. Un ponte ideale che lega la prima impronta lasciata da un bambino su un foglio protocollo al sogno di una grammatica globale, a dimostrazione che i volumi autentici non sono oggetti immobili, ma congegni da esplorare attraverso il tatto, l’ascolto e l’immaginazione.

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Autore: Redazione

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