Al via la nuova stagione del Baskin: lo sport che riscrive le regole per mettere tutti sul medesimo parquet
Nata a Cremona e diffusa ormai anche all’estero, la disciplina codifica il gioco per far gareggiare insieme atleti normodotati e con disabilità, trasformando l’inclusione in vero agonismo.

Al via la nuova stagione agonistica: riscrivere le regole del gioco per andare a canestro insieme, ricordando che non sono i giocatori ad adattarsi allo sport, ma è lo sport ad adattarsi alle persone Disciplina nata nei primi anni Duemila a Cremona grazie alla volontà di Antonio Bodini, il baskin (basket e inclusione) permette a persone con e senza disabilità, uomini e donne, di condividere lo stesso parquet. In questo gioco, le regole si traducono in una codificazione rigorosa e condivisa: accanto ai canestri standard da 3,05 metri compaiono canestri laterali alti poco più di un metro; la palla grande si alterna a palline più piccole; i ruoli (da 1 a 5) vengono assegnati in base alle reali competenze motorie. Questo assetto garantisce un reale potere d’azione: il canestro realizzato da un giocatore con tetraparesi spastica vale 3 punti esatti tanto quanto la schiacciata dell’atleta normodotato.
I punti di partenza sono differenti, ma il valore del contributo è identico. In questa dimensione, cade anche il pregiudizio secondo cui la disabilità richieda sacrificio e annulli il divertimento. Nel baskin l’agonismo è acceso, come dimostra la recente finale scudetto di Monfalcone, decisa allo scadere sul 90-88 tra Reggio Emilia e Udine sotto l’egida dell’EISI (Ente Italiano Sport Inclusivi). Ma è un agonismo in cui il risultato finale dipende dalla capacità di valorizzare ogni compagno. Come racconta Daniele Lucarelli, atleta del Baskin Senigallia tornato in campo dopo venticinque anni di inattività: «Ho riscoperto il piacere dei muscoli doloranti la mattina dopo un allenamento, la soddisfazione di correre e di riprendere in mano un pallone da basket». Il movimento, che continua a crescere in modo contagioso attraverso il passaparola di chi lo pratica ed è gestito dall’Associazione Baskin, si è ormai diffuso anche in diversi Paesi esteri (Spagna, Francia, Grecia, Svizzera) e pone ora questioni gestionali e normative sull’autonomia giuridica della disciplina.
Ma la domanda che il baskin lascia in eredità va ben oltre la rete dei canestri o le carte federali: quando qualcuno resta ai margini di una scuola, di un luogo di lavoro o della vita pubblica, quanto dipende dalle sue capacità e quanto, invece, dalle regole con cui quell’ambiente è stato progettato? Modificare le regole si può.
E far sì che ciascuno non si senta semplicemente “ospitato”, ma essenziale per il destino della comunità, è la risposta più alta che lo sport e la società possano dare. E se non ci si crede, basta guardare il terzo episodio di “Tuttanaltrastoria – La Serie”, dedicata al basket e allo sport inclusivo, sui canali ufficiali YouTube di Tuttanaltrastoria. Intitolato “Baskin, tutti in campo” e realizzato con l’EISI, mostra proprio come nuove regole permettano ad atleti di tutti i tipi di stare nella stessa squadra. Più a canestro di così.





