A quarant’anni dalla scomparsa di Jorge Luis Borges: la cecità come nebbia luminosa e strumento di creatività
Nel quarantennale della morte del grande scrittore argentino, il ricordo del suo legame con la lettura, la memoria e l’ascolto oltre i limiti della vista.

A quarant’anni dalla scomparsa di Jorge Luis Borges, il ritratto di un uomo che non perse la vista, ma trasformò il buio in uno strumento per ridisegnare il tempo, la memoria e i libri
C’è un paradosso vertiginoso nel modo in cui la storia ha deciso di intessere la vita di Jorge Luis Borges. Nel 1955, quando gli venne affidata la direzione della Biblioteca Nazionale d’Argentina, quasi novecentomila volumi custoditi nel cuore di Buenos Aires, la sua vista, svanita per decenni attraverso un lento e inesorabile crepuscolo a causa di una patologia congenita ereditaria che aveva già reso cieco suo padre, giunse al suo epilogo.
Fu allora che l’autore scrisse: «Nessuno riduca a lacrime o a rimprovero questa dichiarazione della maestria di Dio, che con magnifica ironia mi diede insieme i libri e la notte». Eppure, a quarant’anni dalla sua scomparsa (1986-2026), nel tracciare un bilancio di questo anno borgesiano la cultura contemporanea deve liberarsi dall’ennesimo luogo comune: la cecità per Borges non fu mai un sipario calato o una tragedia paralizzante. Come amava spiegare nelle sue conferenze, a partire da quella celeberrima poi raccolta nel volume Sette Notti, la sua non-visione era piuttosto una “nebbia luminosa”, un velo che sfocava i contorni del mondo per lasciare emergere la materia viva dell’immaginazione e concentrarsi sul suono delle parole. Borges ha dimostrato che leggere è un atto di pura presenza mentale e relazionale.
Quando i suoi occhi smisero di decifrare l’inchiostro, la letteratura diventò un’esperienza collettiva. L’ascolto delle voci della madre, degli amici, dei giovani studenti, tra cui un allora giovanissimo Alberto Manguel diventato poi grande scrittore e a sua volta nominato Direttore della Biblioteca Nazionale d’Argentina, che leggevano ad alta voce per lui, trasformava la pagina stampata in risonanza e la scrittura in dettatura poetica. La cecità divenne così la materia stessa con cui edificare il proprio universo. Senza la distrazione dell’occhio immediato, il mondo reale si è convertito in quel Labirinto che si attraversa non con i passi, ma con la logica; la memoria visiva ha ceduto il passo all’archivio infinito di Funes, il memorioso; e la biblioteca è diventata quella di Babele, una cattedrale dell’intuizione in cui ogni testo continua a esistere al di là del supporto che lo contiene. Il 24 agosto, data della sua nascita, in Argentina si celebra la Giornata Nazionale del Lettore proprio in suo onore.
Nell’anno in cui Buenos Aires e la letteratura globale hanno ricordato la figura del lettore per eccellenza, la lezione di Borges rimane una dichiarazione d’indipendenza. Non occorre la vista per possedere la vastità del mondo, ma una mente capace di trasformare ogni penombra in libertà, ricordando che ogni libro ascoltato, toccato o intuito è una finestra aperta sull’infinito





