Editoriale, Prima pagina

Scuola. Uici: Non basta inclusione, servono competenza e continuità. 377mila alunni con disabilità

Legname: “Necessario nuovo modello scolastico”


Pubblicato il
6–9 minuti

(DIRE) Roma, 7 set. – Mancano ormai pochi giorni alla riapertura delle scuole e torna a imporsi una domanda: cosa accadrà agli studenti con disabilità? Nell’anno scolastico 2024/2025 sono stati quasi 377mila gli alunni con disabilità che hanno frequentato le scuole italiane di ogni ordine e grado, pari al 4,8% del totale degli iscritti, secondo i dati diffusi dall’Istat nel report ‘L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità’. L’aumento di diciottomila studenti rispetto all’anno precedente conferma poi una crescita costante del numero di allievi con disabilità nel sistema scolastico italiano. In dieci anni, infatti, la loro incidenza è quasi raddoppiata, passando dal 2,6% al 4,8%. La distribuzione per ordine scolastico evidenzia una decisa concentrazione di alunni con disabilità nella scuola primaria e secondaria di primo grado, dove la quota ha raggiunto il 6% degli iscritti. Valori più contenuti nella scuola dell’infanzia (3,4%) e nella secondaria di secondo grado (3,7%). Alcune criticità sono rimaste aperte a partire dalla continuità degli insegnanti di sostegno: quasi sei alunni con disabilità su dieci hanno cambiato docente nel corso dell’anno scolastico. Dati che, alla vigilia di un nuovo anno scolastico, riportano in primo piano la necessità di garantire non soltanto la presenza degli alunni con disabilità in classe, ma anche continuità, competenze e percorsi realmente inclusivi. ‘Settembre- spiega la vicepresidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (Uici), Linda Legname- non è mai soltanto l’inizio di un nuovo anno scolastico. Per migliaia di bambini, bambine, ragazzi e ragazze con disabilità rappresenta un nuovo passaggio di vita, una nuova prova di fiducia, una nuova domanda rivolta alla scuola e alle istituzioni: saremo accolti davvero? Saremo accompagnati con competenza, continuità e responsabilità?’.

Legname ricorda che ‘ci sono bambini che il dibattito pubblico fatica ancora a vedere davvero. Bambini per i quali la disabilità non si presenta mai in una forma semplice, lineare, facilmente classificabile. Bambini ciechi o ipovedenti che vivono anche condizioni neurologiche, motorie, cognitive, intellettive, plurisensoriali. Bambini per i quali la perdita della vista è soltanto una parte di un quadro molto più complesso, delicato e profondo. Sono proprio loro a interrogarci con maggiore forza sulla qualità reale dell’inclusione, perché questa non può essere misurata soltanto dalla presenza fisica in classe. Non basta esserci, occupare un banco, presenziare formalmente alla vita scolastica, essere inseriti in un percorso educativo se quel percorso non è capace di riconoscere, stimolare e accompagnare le potenzialità residue di ciascuno’. La vicepresidente Uici sottolinea che ‘per i minori ciechi e con pluridisabilità, il tempo è un fattore decisivo. Nei primi mesi e nei primi anni di vita si gioca una parte fondamentale dello sviluppo neuropsicologico. Una diagnosi tardiva, un follow-up assente, una presa in carico frammentata o rinviata possono incidere in modo profondo sul futuro del bambino. Per questo diagnosi tempestiva e intervento precoce non sono parole tecniche: sono diritti. Significano offrire al bambino la possibilità di sviluppare al massimo le proprie funzioni residue, di comunicare, di relazionarsi, di conquistare autonomie possibili, anche minime, ma decisive. Oggi, tuttavia, il percorso tra la diagnosi e l’effettiva presa in carico abilitativa è spesso troppo lento e troppo diseguale sul territorio nazionale. Le famiglie si trovano a dover ricomporre da sole un mosaico di servizi, terapie, scuola, specialisti, attese, competenze non sempre coordinate tra loro. È una fatica che si aggiunge alla fatica. Ed è una dispersione di tempo prezioso’.

‘In questo scenario- afferma Legname- la scuola può e deve assumere un ruolo nuovo. Non una scuola medicalizzata, sanitaria, parallela; ma una scuola più competente, più attrezzata, finalmente capace di integrare la dimensione educativa e quella abilitativa. Perché nei casi di maggiore complessità educazione e abilitazione non possono procedere su binari separati. Devono parlarsi, incontrarsi, costruire un progetto comune. La quotidianità scolastica, infatti, non è solo il luogo dell’apprendimento didattico. È il luogo della relazione, della comunicazione, della crescita affettiva, della sperimentazione delle autonomie possibili, della scoperta di abilità residue spesso nascoste o non ancora esplorate’. ‘È qui- evidenzia inoltre- che si colloca la proposta di una scuola anche abilitativa: un modello nel quale il Piano educativo individualizzato sappia dialogare con un vero piano abilitativo integrato, con obiettivi misurabili, verificabili, condivisi tra scuola, famiglia, servizi sanitari e figure specialistiche. Una regìa unica, capace di evitare che il bambino sia seguito da più soggetti non comunicanti tra loro’. Secondo Linda Legname, ‘serve, in particolare, rafforzare la formazione specialistica degli insegnanti di sostegno. La preparazione generalista non è sufficiente quando si lavora con bambini ciechi o ipovedenti con disabilità multiple. Occorrono competenze specifiche sulla pluridisabilità sensoriale, sulla comunicazione, sugli ausili, sulle tecniche abilitative, sull’interazione tra deficit visivo e altre compromissioni. E questa formazione non può limitarsi all’accesso iniziale alla professione: deve diventare continua, obbligatoria, strutturata’.

‘Nel contempo- aggiunge- va garantita la continuità didattica. Su questo punto non partiamo da zero: il Decreto Ministeriale n. 32 del 26 febbraio 2025, in attuazione dell’articolo 8 del decreto-legge n. 71 del 2024, ha introdotto un meccanismo finalizzato a favorire la continuità dei docenti di sostegno su richiesta della famiglia. È un passo importante, che va riconosciuto e accompagnato con determinazione nella sua concreta applicazione. Per un bambino con disabilità, infatti, il cambio frequente dell’insegnante di sostegno non è un semplice disagio organizzativo: può significare la perdita di un linguaggio costruito nel tempo, di una relazione educativa, di un equilibrio faticosamente raggiunto’. ‘Accanto agli insegnanti- dice ancora la vicepresidente Uici- occorre poi favorire la presenza regolata e programmata delle figure abilitative all’interno della scuola. Terapisti, educatori specializzati, professionisti della riabilitazione non devono essere consulenti occasionali che intervengono ai margini del percorso scolastico, ma componenti di un’équipe che lavora con obiettivi comuni, nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità di ciascuno. Da qui discende l’idea dei poli abilitativi all’interno della scuola: spazi riconoscibili, attrezzati, stabili, nei quali il bambino possa svolgere attività abilitative con continuità, senza dover rincorrere interventi frammentati tra mattina, pomeriggio, ambulatori, spostamenti, attese e carichi organizzativi che ricadono quasi sempre sulle famiglie’. ‘Portare l’abilitazione dentro la scuola- informa Legname- significa moltiplicare le occasioni utili di stimolazione proprio nella fase in cui contano di più. Significa non separare artificialmente ciò che, nella vita del bambino, è profondamente intrecciato. Significa riconoscere che per alcuni minori imparare non vuol dire soltanto acquisire contenuti, ma anche costruire possibilità: una forma di comunicazione, un gesto autonomo, una relazione, una risposta, un orientamento, una piccola conquista quotidiana. Questa prospettiva è pienamente coerente con il paradigma biopsicosociale della riforma sulla disabilità e con l’idea del progetto di vita. La persona non è la somma delle sue diagnosi. È una storia, un contesto, una rete di relazioni, un insieme di potenzialità da sostenere. Per questo anche la scuola deve essere pensata come parte integrante del progetto di vita, non come un segmento isolato’.

Per la numero due dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, ‘la sfida, allora, è culturale, organizzativa e normativa. Non si tratta di chiedere alla scuola di diventare altro da sé, ma di essere pienamente sé stessa: un ambiente di crescita, relazione, apprendimento, autonomia e partecipazione. Una scuola che non rinuncia ai bambini più complessi, che non li lascia ai margini dei sistemi di presa in carico, che non considera la loro presenza un adempimento, ma una responsabilità educativa e civile’. ‘I bambini con cecità e pluridisabilità- dichiara poi- ci chiedono questo: non solo inclusione formale, ma competenza, continuità, tempestività, cura del potenziale. Ci chiedono una scuola capace di guardare oltre la diagnosi e di costruire, giorno dopo giorno, le condizioni perché ciascuno possa sviluppare il massimo possibile della propria autonomia e della propria partecipazione. Con questo auspicio, all’inizio del nuovo anno scolastico, desidero rivolgere un pensiero affettuoso agli alunni e alle alunne con disabilità, alle loro famiglie, agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, agli educatori, agli assistenti, ai terapisti e a tutti coloro che ogni giorno rendono la scuola un luogo possibile di crescita’. ‘Buon anno scolastico a chi entra in classe con entusiasmo, a chi lo fa con fatica, a chi attende risposte, a chi costruisce relazioni, a chi accompagna, a chi impara e a chi insegna. Che sia un anno- conclude Linda Legname- nel quale la scuola sappia essere non solo inclusiva, ma anche abilitativa: capace di riconoscere, sostenere e far fiorire ogni possibile potenzialità’. (Fde/ Dire)

Redazione Avatar
Autore: Redazione

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere ogni giorno tante notizie e approfondimenti

Ti potrebbe interessare


LEGGI TUTTE →