“Mi piace quando gli attori vivono, anziché recitare” Intervista al regista Marco Tullio Giordana
Marco Tullio Giordana racconta La vita accanto, il suo ultimo film tratto dal romanzo di Mariapia Veladiano, tra musica, memoria, fragilità e il ruolo del cinema nel raccontare la storia attraverso le esperienze individuali.

Ospite al festival MoliseCinema, il regista e sceneggiatore Marco Tullio Giordana ha presentato La vita accanto (2024), tratto dal romanzo di Mariapia Veladiano. Nell’intervista curata da Silvia Pezzopane, l’autore ripercorre la sua poetica, la passione per la musica nel cinema e l’eredità di capolavori come La meglio gioventù.
Rispetto al romanzo, nel suo ultimo film Giordana ha spostato l’ambientazione negli anni ’80: «Un’epoca in cui la depressione post-partum era ancora vissuta come un limite della donna e non nei suoi aspetti biochimici». Ma la vera protagonista della pellicola è la musica, interpretata direttamente dalle attrici (tra cui Sonia Bergamasco e la giovanissima Viola Basso): «La musica provoca nello spettatore una sorta di abbandono. Quando gli attori suonano davvero non c’è finzione, sembra di assistere a un concerto dal vivo. Mi piace quando gli attori vivono, anziché recitare». Per il regista: «Il cinema è il regno dello sguardo. Si parla quasi sempre dei contenuti di un film, che considero l’elemento con meno importanza: per me la cosa più importante è il ritmo, le immagini, la musica, i dialoghi ma come strumento di rimozione e non di spiegazione.
I dialoghi nei film nascondono, non rivelano, siamo noi che dobbiamo decifrarli, esattamente come succede nella vita. È un aspetto che ho sempre curato, ma ne La vita accanto, che per me è un film molto sentito, è più evidente. Mentre il tema “civile”, che mi viene sempre attribuito, in questo film è meno appariscente. C’è, perché è inevitabile, ma non è il tema principale». Rievocando l’uscita de La meglio gioventù, premiato a Cannes nel 2003, Giordana ricorda la scelta vincente di far partire il racconto dall’alluvione di Firenze del 1966 anziché dal ’68: «Fu il momento in cui la gioventù di tutta Europa si incontrò per salvare la cultura di una città. Raccontare la Storia attraverso le vicende personali resta una chiave fondamentale: allora come oggi, serve a mostrare ciò che spesso si vuole nascondere».
L’intervista completa è disponibile sul mensile “PUB per noi giovani” n. 7/8 su CD Mp3 con abbonamento annuo gratuito. Per maggiori informazioni www.uici.it.





