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Don Mazzi: l’accoglienza come grammatica radicale. Il radar nell’uragano della storia.

Dalla ricostruzione del dopoguerra alla fondazione della Comunità Exodus, don Antonio Mazzi ha trasformato l’accoglienza in un impegno concreto al fianco delle persone più fragili. Un percorso che racconta una visione dell’inclusione fatta di responsabilità, ascolto e presenza, ben lontana da slogan e dichiarazioni di principio.


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C’è un rumore di fondo che attraversa la storia d’Italia dal secondo dopoguerra a oggi. Un segnale complesso, fatto di piazze in tumulto, le ombre dell’eroina sull’asfalto degli anni Ottanta, fino alle solitudini ad alta frequenza dell’era digitale. In mezzo a questa imponente mappa di trasformazioni sociali, la figura di don Antonio Mazzi non si è mai posizionata al centro delle navate silenziose, ma lungo le crepe: dove la città perde aderenza e le vite rischiano di deragliare.

Come un radar nell’uragano della storia, don Mazzi è stato un sacerdote-antenna, sintonizzato sulle frequenze di chi è rimasto fuori dal grafico ufficiale del successo. Attraversare i decenni non è stato per lui un esercizio passivo, ma una corsa a perdifiato dentro le emergenze dell’uomo: dai primi passi educativi negli anni della ricostruzione fino alle sfide del presente.

Poi, negli anni Ottanta della “Milano da bere”, don Mazzi fa esplodere la sua rivoluzione contromano. Di fronte al dramma delle dipendenze e al rifiuto dei ragazzi scartati dal sistema, fonda la Comunità Exodus: non una struttura rigida, ma un cantiere aperto, una carovana in cammino dove la cura passa attraverso la strada, la responsabilità e il lavoro di squadra. «La notte, la fatica, la povertà, lo smarrimento, la precarietà, il dubbio, il dolore, contengono un Dio che noi non capiamo in un momento che noi non accettiamo. Lui, però, è lì…». Per don Mazzi l’accoglienza non è mai stata una formula teoretica o un freddo protocollo assistenziale.

È una grammatica d’azione immediata: spalancare la porta prima ancora di chiedere le credenziali. Accogliere chi ha fallito, chi ha scontato la pena, chi ha visto infrangersi ogni certezza. Il suo stile ha dimostrato che non esistono vite fuori catalogo o individui irrecuperabili. In un’epoca d’incenso, perbenismi ed egocentrismo, don Mazzi ci ricorda che la vera inclusione non si fa con i talk show, con i convegni di facciata o con le belle parole appese sui social per raccogliere qualche like commosso. La vera inclusione sporca le mani, rompe le scatole al potere, dà fastidio e apre spazi reali dove nessuno ha più il coraggio di guardare.

Perché se l’amore per gli ultimi non sconvolge la tua comodità, allora stai solo facendo una recita di cattivo gusto.

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Autore: Silvia Colombini

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