Docente accoltellata a Roma, lo psichiatra: “I giovani soli cercano approvazione sui social”
L’analisi di Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di salute mentale all’Asl Roma 2: “Dopo il Covid, disagio giovanile a +30%, Servono ascolto e socialità

“Dalla pandemia in poi il disagio giovanile è aumentato a livello nazionale di almeno il 30%. Sempre più giovani si rivolgono ai pronto soccorso per problemi di salute mentale, ai consultori psicologici e ai servizi specifici per i minori”. È in questo contesto che Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl Roma 2, inquadra il gesto del tredicenne che questa mattina, nella scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma, ha spruzzato spray urticante sul volto di una docente e poi l’ha ferita con un coltello. Secondo quanto emerge dalle indagini, il ragazzo avrebbe anche tentato di riprendere la scena con un cellulare.
LE TRE GRANDI QUESTIONI DEL DISAGIO GIOVANILE: SOLITUDINE, VIOLENZA E ‘LIKE’
“Ogni ragazzo ha una sua storia personale, relazionale e ambientale, che andrebbe conosciuta prima di esprimere un giudizio- afferma Cozza- Alla base, però, possiamo individuare tre grandi problematiche fortemente presenti a livello sociale”. La prima è la solitudine. “È una problematica trasversale, che va dal disagio sociale alla disabilità fisica e psichica fino al disturbo mentale. Il problema esiste e riguarda soprattutto adolescenti e anziani, ma non solo”. Poi c’è la violenza. “La società sta diventando sempre più violenta. Assistiamo a un bisogno crescente di affermazione del proprio io: “Io esisto e sono più forte di te”. Questa sopraffazione passa anche attraverso cyberbullismo e bullismo. La violenza è sempre esistita, è una componente della persona, ma in questi ultimi tempi, con i conflitti in corso, la interiorizziamo di più. Un adulto ha avuto modo di strutturare la propria personalità, nell’adolescenza questo processo non è ancora compiuto. Può esserci quindi un rischio maggiore di fragilità emotiva e di influenzamento, che porta ad agire senza immaginare le conseguenze”. Il terzo elemento sono i like. “In una società in cui fatico a farmi riconoscere, se un mio post totalizza tanti like mi sento gratificato, penso di essere stato premiato per qualcosa che ho pubblicato. Ma i social possono creare dipendenze nei soggetti più fragili, perché innescano un meccanismo di ricompensa che dura poco, il tempo di un post. Per essere riconosciuto di nuovo, devo pubblicare altri contenuti e ottenere nuovi like. Come dipendenza, funziona allo stesso modo dei giochi d’azzardo“.
COME ARGINARE IL PROBLEMA?
Come intervenire? “Bisognerebbe aumentare le occasioni di socialità. Prima c’erano i muretti, gli oratori, i campetti di calcio, i luoghi di aggregazione giovanile, che con il Covid si sono persi. Oggi assistiamo al rifugio nella solitudine dei social”. Cozza guarda positivamente all’EU Kids Act, che prevede un limite di età per l’accesso ai social media, ma “bisogna partire prima”. “Il problema riguarda scuole e famiglie. Bisogna darsi delle regole: serve un’educazione relazionale familiare, scolastica e sociale. E servono più risorse per potenziare gli sportelli di ascolto nelle scuole e nelle università, gli ambulatori, i consultori e i servizi di salute mentale per i minori. Servono luoghi di ascolto dove sentirsi compresi”. Il disagio, conclude Cozza, non può essere ricondotto a una sola causa. “Come scrive Fabrizio De André ne La canzone del maggio: ‘Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti’. Non si può puntare il dito su una causa specifica ed esclusiva, questo disagio riguarda tutti“.





