Quando la burocrazia diventa una barriera alla mobilità
Roma Capitale ha introdotto una nuova disciplina sul Contrassegno Unico Disabili Europeo (CUDE) che limita l’accesso alle ZTL e alle corsie preferenziali alla sola targa “principale”, riducendo la flessibilità per chi deve cambiare veicolo. Questa misura trasforma il diritto alla mobilità in un carico burocratico penalizzante, privando le persone con disabilità di un’effettiva autonomia. Le associazioni come l’UICI chiedono al Comune di rivedere la regola e ripristinare il pieno accesso per tutte le targhe regolarmente associate al contrassegno.

È sorprendente come tanti piccoli, difficili passi in avanti verso una società più inclusiva possano essere annullati da un solo passo falso: in un attimo, la persona con una disabilità torna a non avere più le stesse libertà essenziali di tutti, come quella di muoversi.
Perché troppo spesso si ignora la fragilità di queste libertà, il fatto che può bastare anche un piccolo inciampo burocratico a negare un diritto o a trasformarlo in un favore, in qualcosa che si concede a fatica e si revoca senza troppi patemi, senza immaginare come da questa concessione dipende l’esistenza quotidiana di una persona, che può trovarsi a non avere più scelta su come andare al lavoro, raggiungere un luogo di cura, studiare o semplicemente partecipare alla vita della propria città. Una persona con disabilità, ad esempio.
Per questo, la nuova disciplina adottata da Roma Capitale sull’utilizzo delle targhe associate al CUDE, il Contrassegno Unico Disabili Europeo, merita una riflessione seria.
La questione nasce dalla scelta di ridurre da tre a due le targhe associabili al singolo contrassegno, distinguendo tra una targa definita “principale” e una “secondaria”. Dal 22 agosto, tuttavia, soltanto alla targa principale è consentito l’accesso alle ZTL e al transito sulle corsie preferenziali, quando a bordo si trova la persona titolare del contrassegno.
È difficile evitare di denunciare in questa impostazione una clamorosa contraddizione: il CUDE, infatti, non identifica un’automobile, ma una persona, quella con una diabilità, appunto, esattamente come farebbe la sua patente di guida. In questo senso, ha la funzione evidente di consentire alla persona con disabilità di usufruire delle agevolazioni previste, indipendentemente dal veicolo concretamente utilizzato per accompagnarla.
Nella vita quotidiana, gli accompagnatori possono cambiare e, con essi, le automobili, perché un giorno può essere disponibile quella del coniuge, un altro quella di un figlio, di un familiare o di un amico. Come può accadere che l’auto abitualmente utilizzata sia improvvisamente costretta dal meccanico, oppure semplicemente non essere disponibile.
Situazioni possibili che si verificano ogni giorno e che, per questo, non devono in nessun modo inficiare sul diritto alla mobilità della persona. Cosa che non avveniva fino a poco tempo fa, grazie alla giusta decisione di permettere di registrare tre targhe per ogni CUDE, ognuna al pari dell’altra, senza essere obbligati ad indicare la “principale” e la “secondaria”, o perlomeno senza che la seconda e la terza avessero meno concessioni della prima.
Per ovviare alla possibilità di disagi dovuti a questa novità burocratica, Roma Capitale ha ritenuto sufficiente il sistema già presente in precedenza di modifica online della targa principale attraverso i propri servizi digitali.
Ma immaginiamo una situazione assolutamente ordinaria: la persona con disabilità deve entrare in centro e scopre che l’automobile abitualmente utilizzata non è disponibile. Prima di partire dovrebbe sapere quale altro veicolo potrà utilizzare, averne la targa, accedere alla piattaforma digitale, autenticarsi con SPID o CIE, modificare la targa e completare la procedura.
Ecco che, in un attimo, il diritto alla mobilità si trasforma in una procedura da programmare. Molto in anticipo, poi, se la disabilità della persona è visiva: per quanto l’accessibilità tecnologica sia avanzata, infatti, un cieco o un ipovedente avrebbe bisogno di un ampio margine di tempo, vissuto comunque con ansia, se non vuole rassegnarsi a demandare il tutto a un’altra persona. Con buona pace per quell’autonomia che rappresenta l’obiettivo principale di una società davvero accessibile.
Una situazione assolutamente ordinaria, dicevamo, a tal punto che la stessa persona ipovedente che sta scrivendo l’ha già vissuta, più di una volta, facendo esperienza in maniera diretta della degenerazione di uno strumento prezioso come la digitalizzazione in un nuovo, inedito ostacolo. Perché un portale online è utile quando elimina passaggi inutili, ma smette di essere una semplificazione nel momento in cui obbliga il cittadino a prevedere in anticipo una situazione che, nella realtà, può cambiare anche all’ultimo momento.
A Roma, per molti cittadini l’automobile non rappresenta una comodità o un privilegio, ma una necessità concreta.
È così per chiunque, a maggior ragione per chi ha una disabilità, soprattutto di fronte alle difficoltà, ataviche e ormai endemiche, del trasporto pubblico romano che rendono spesso l’auto privata uno degli strumenti indispensabili per garantire una partecipazione sociale.
Per questo motivo, ogni nuova regola sulla mobilità non dovrebbe essere valutata soltanto dal punto di vista amministrativo, ma anche considerando il suo impatto sulla vita reale delle persone.
Perché la tutela di chi ha una disabilità non passa soltanto attraverso la prevenzione e la sanzione nei confronti di chi utilizza illegittimamente le agevolazioni ad essa destinati nate, soprattutto se questo porta all’introduzione di ulteriori vincoli per chi utilizza correttamente il proprio CUDE. In questo modo si colpiscono gli abusi, sicuramente, ma anche i diritti.
Al giorno d’oggi, infatti, è impossibile non immaginare che la tecnologia disponibile non offra un’alternativa più efficace e mirata, senza trasformare la vita quotidiana delle persone con disabilità in una sequenza di adempimenti burocratici condensati dall’ansia.
D’altronde, è un vademecum che accompagna da sempre lo sviluppo tecnologico: fare in modo che la tecnologia lavori a favore dell’essere umano.
Un concetto che risuona ancora più forte oggi, in una società dove l’Intelligenza Artificiale sta diventando rapidamente parte integrante della vita quotidiana, e che si unisce perfettamente alla prospettiva indicata dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, nella quale si richiamano gli Stati e le amministrazioni alla rimozione delle barriere che ostacolano la piena partecipazione alla società e l’autonomia individuale.
Un concetto rispetto al quale la disciplina introdotta da Roma Capitale sembra incredibilmente opporsi. Perché si sta chiedendo alle persone con disabilità di organizzare la propria libertà di movimento sulla base delle procedure interne della Pubblica Amministrazione, mentre dovrebbe essere questa a costruire regole capaci di adattarsi alle esigenze delle persone, soprattutto quando quelle esigenze riguardano l’esercizio di un diritto fondamentale.
Una contraddizione alla quale chi ha una disabilità era stato abituato in una società inaccessibile, dove l’inclusione era una concessione offerta sulla base di un malcelato pietismo, sotto la maschera dell’assistenzialismo. Un altro modo di dire dipendenza, così lontana dalla vita autonoma che viene prospettata oggi, in una società che si sforza davvero di essere accessibile.
Ma una simile società può nascere solo attraverso uno spazio amministrativo che sia in grado di sostenerla, quello di una città, ad esempio,che organizzi i propri servizi tenendo conto, fin dall’inizio, delle diverse esigenze dei propri cittadini. Soprattutto una città che porta il nome di Capitale.
Quello che le si chiede, in fondo, è ciò che l’Uici (come tutte le associazioni a tutela delle persone con disabilità) ripete da sempre e non smetterà di ripetere, finché diventerà qualcosa di naturale: niente su di noi, senza di noi.
Seguendo questa richiesta e le parole che qui l’accompagnano, Roma Capitale dovrebbe rivedere la nuova disciplina, consentendo alle due targhe regolarmente associate al CUDE di essere utilizzate entrambe per l’accesso alle ZTL e alle corsie preferenziali quando a bordo si trova la persona titolare del contrassegno.
La richiesta chiara e giustificata di una modifica concreta e nexessaria, attraverso la quale Roma Capitale potrebbe lanciare un segnale fondamentale: che le innovazioni possono realmente concorrere alla realizzazione di una società accessibile solo se nascono dal dialogo.





