Francesco Guccini: cantautore, sì, ma anche scrittore. Dai racconti della memoria ai gialli dell’Appennino
Dalle canzoni ai libri, Francesco Guccini ha costruito una seconda vita artistica dedicata alla memoria, alla provincia e alle storie dell’Appennino. Dai racconti ai romanzi, fino ai gialli scritti con Loriano Macchiavelli, la sua scrittura ha mantenuto lo stesso sguardo umano e narrativo delle sue canzoni. Tag:

E se la musica di Guccini diventa racconto, non si può evitare di andare a scoprire anche la sua seconda vita, quella di scrittore. Una vita durata oltre trent’anni, nella quale ha dimostrato di possedere lo stesso talento narrativo che aveva reso inconfondibili le sue canzoni. Nei suoi libri ritornano i temi che hanno sempre caratterizzato la sua poetica: la memoria, il tempo, la provincia, i personaggi dimenticati e quel confine sottile tra realtà e leggenda che attraversa l’Appennino tosco-emiliano, terra alla quale era rimasto profondamente legato, fino a scegliere di passare lì gli ultimi anni della propria vita.
Guccini inizia la carriera di scrittore nel 1989 con “Croniche epifaniche”, un’opera di racconti che appare come una vera e propria dichiarazione d’amore per Pavana, il piccolo paese dell’Appennino dove trascorse l’infanzia durante la guerra: più che semplici ricordi, sono frammenti di un mondo ormai scomparso, fatto di osterie, dialetti, giochi e di una civiltà contadina raccontata con affetto, ma senza alcuna idealizzazione. Atmosfere che tornano in altre raccolte di racconti, da “Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto” a “Storie liete, fuabe nere e tempi andati”: realtà e fantasia s’intrecciano come se i racconti venissero tramandati attorno a un camino, con un ritmo melodico che sembra correre parallelamente alla sua musica. Proprio come avviene con “Vacca d’un cane” e “Cittanova blues”: due romanzi in cui Guccini da spazio a una prosa ricca di ironia, nostalgia e riflessioni, tra le quali, in modo quasi inevitabile, pur non essendo protagonista, la musica è sempre un personaggio fondamentale. In un sottofondo musicale costante che riempie lo spazio, Guccini osserva con umorismo la provincia italiana, i suoi tic, le amicizie e le piccole assurdità della vita quotidiana, come avviene in “Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto”, “Così eravamo” e “Dizionario delle cose perdute” (con relativo seguito). È in queste pagine che emerge il narratore capace di trasformare episodi apparentemente insignificanti in racconti universali, sempre attraversati da una vena malinconica.
Ma c’è ancora un’altra vita che bisogna considerare nell’attività artistica dii Francesco Guccini, quella del giallista. Se i racconti rappresentano il volto più autobiografico della sua scrittura, i romanzi gialli mostrano invece la capacità di costruire trame complesse, dando alla gorma del racconto tutta un’altra valenza. Nati dalla collaborazione con Loriano Macchiavelli, maestro del noir italiano, questi libri hanno dato vita a una delle serie investigative più originali della narrativa contemporanea. Sempre mantenendo un tratto distintivo di Guccini, quello che lega idealmente i suoi racconti ai libri gialli: il loro protagonista, infatti, il maresciallo Benedetto Santovito, è un investigatore anticonvenzionale che si muove tra piccoli paesi dell’Appennino, dove ogni delitto affonda le proprie radici nella storia e nella memoria collettiva.
Il primo titolo, “Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti”, pubblicato nel 1997, è ancora oggi considerato uno dei migliori della seri: l’indagine parte da una serie di omicidi, ma conduce il lettore fino all’emigrazione italiana di fine Ottocento, dimostrando come il passato non smetta mai d’influenzare il presente. Il successo del romanzo aprì la strada a numerosi altri titoli, tra cui “Tango”, “Vola golondrina”, “Lo spirito e altri briganti”, “Malastagione” e “La pioggia fa sul serio”.
Nei romanzi più recenti compare anche il comandante della Forestale Marco Poiana, protagonista di storie come “Tempo da Elfi”, nelle quali il mistero si fonde con la natura, le tradizioni montane e un’atmosfera quasi fiabesca. Più che l’azione, però, a interessare Guccini e Macchiavelli è il paesaggio umano: ogni paese custodisce segreti, ogni famiglia conserva antichi rancori, ogni bosco sembra trattenere le tracce di vicende dimenticate. Ed è proprio questa, in fondo, l’originalità dei loro gialli: l’indagine non serve soltanto a individuare un colpevole, ma diventa il pretesto per raccontare un territorio, le sue trasformazioni e la sua memoria. L’Appennino non è un semplice sfondo, ma un autentico protagonista, con i suoi silenzi, i dialetti, le leggende e una cultura destinata a scomparire.
Dopotutto, quindi, il Guccini scrittore non è diverso dal Guccini cantautore. Cambia il linguaggio, ma resta identico lo sguardo: curioso verso gli esseri umani, innamorato delle storie e consapevole che il passato continua sempre a dialogare con il presente. È questa continuità tra musica e letteratura a rendere la sua produzione narrativa qualcosa di più di una semplice attività parallela, dando l’impressione che i suoi libri siano il naturale proseguimento delle sue canzoni.





