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Franco Baresi: nel mio ricordo, la sconfitta di un vincente

Dal rigore sbagliato nella finale mondiale del 1994 al ricordo personale di un incontro mancato a Milanello: una storia di calcio, fragilitร  e resilienza che racconta come anche le sconfitte possano trasformarsi in lezioni di vita.


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Un omone, con il fisico di una statua senza muscoli, le tempie diradate dall’etร  crudele, le rughe profonde sul viso ruvido, gli occhi socchiusi, quasi nascosti dentro i solchi delle battaglie combattute. E il suo pianto inconsolabile.
Quello stesso, identico di un bambino che, attraverso lo schermo di una televisione, lo sta guardando dall’altra parte del mondo.

E cosรฌ che ho iniziato a intuire come andava la vita, prima ancora di conoscerne sulla pelle il suo vero dolore. รˆ cosรฌ che mi sono innamorato del calcio, con una sconfitta che mi ha ferito l’anima.

Perchรฉ quell’omone non era un eroe omerico, ma un calciatore su un campo di calcio, con addosso una maglia azzurra, pesante come lo scudo di un guerriero sopravvissuto all’assedio di Troia.
Sopravvissuto e ferito, da una manciata di rigori sbagliati su un campo verde di Pasadena, negli Stati Uniti, 40 gradi all’ombra, nella finale della Coppa del Mondo 1994.

Quel giorno di luglio di 32 anni fa, avrebbe potuto alzare le braccia al cielo, con in mano l’ennesima coppa di tantissime conquistate in carriera con il suo Milan, anche se quella sarebbe stata la piรน importante, con la Nazionale italiana.

Ma una sconfitta, spesso, รจ molto piรน importante di qualsiasi vittoria. Soprattutto se, poi, riesci a riderne.
Perchรฉ le braccia al cielo si possono alzare anche per altri motivi che non sono necessariamente esistenze. Ma tutt’altro.
Come un’imprecazione, ad esempio. Quella che gli ho sentito lanciare in diretta, non di fronte alla televisione, stavolta, nรฉ in un uno stadio, ma comunque in un campo di calcio, ovviamente, e forte e chiaro, perchรฉ era rivolta a me.

A metร  strada tra quel 1994 e oggi, infatti, ho ritrovato nella mia vita quello stesso omone: quasi dieci anni dopo, stesso fisico imponente, le tempie piรน diradate, le rughe piรน profonde, gli occhi ugualmente socchiusi, ancora piรน imperscrutabili. Almeno finchรฉ non mi ha dovuto salutare, al campo di Milanello dove ero stato convocato per un provino, porgendomi la mano senza ricevere la mia in cambio. Nessuna inutile scortesia, ma solo il tempo inospitale di Milano in inverno, la nebbia, il buio che incombe giร  alle 3 del pomeriggio, e la mia Retinite Pigmentosa che iniziava giร  a 15 anni a mietere vittime. Vittime di situazioni assurde, come lui, il mitico Franco Baresi in quel lungo, grottesco provino dove la mancata stretta di mano era solo l’inizio, per finire con le sue braccia alzate al cielo, dalla disperazione.

Una sconfitta, soltanto mia stavolta, per quella malattia che di lรฌ a poco mi avrebbe fatto lasciare il calcio. Senza farmi smettere di amarlo.
Perchรฉ, dopotutto, era solo un’altra sconfitta, una di quelle che sono piรน importanti di qualsiasi vittoria. Soprattutto se, poi, riesci a riderne.
E lui era lรฌ, come la prima volta.

Ascolta la puntata di “Un ipovedente a Roma” che racconta l’episodio

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Autore: Alessio Tommasoli

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